martedì 9 ottobre 2012

Matrimoni non miei/1. Fin qui tutto (abbastanza) bene.



Se Dio vuole, è arrivato l’autunno. E, con esso, la fine del periodus horribilis di ogni single disordinato e irrisolto che si rispetti: la stagione dei matrimoni degli amici.
Intendiamoci: non odio la scelta giuridica d’amore in se stessa (per quanto spesso valuti che la mia amica sposa –bellissima ed intelligente, come praticamente la totalità delle mie amiche – avrebbe potuto accompagnarsi ad un uomo più brillante e simpatico e non capisco proprio cosa ci trovi in questo sconosciuto medioman che per giunta non ride alle mie battute. Stai in guardia, ragazzo), né odio il matrimonio in quanto istituzione, che anzi ritengo un diritto ancora nelle possibilità di troppo pochi.
Diciamo che il mio brivido lungo la schiena è dato dai problemi di preparazione e di gestione dell’evento, in termini di eleganza, decoro e successo tra i convitati.
Pur segnando la data sull’agenda, mi ritrovo puntualmente ad essere sorpresa dall’arrivo delle nozze, con un candore e un’ingenuità degni del migliore scemo del villaggio (“Ma come, non s’era detto che avevate prenotato la data con un botto d’anticipo?” “Sì Sarè, però lo dicevamo un anno fa”. Ecco, infatti).
Quindi eccomi a meno di una settimana dalla cerimonia ancora sprovvista del giusto abbigliamento per l’evento. Gran parte dei vestiti che ho (se escludiamo le improponibili mise da Priscilla regina del deserto che utilizzo nei miei primi appuntamenti) sono già stati utilizzati in matrimoni precedenti, in cui non è inusuale che il ricco parterre di invitati sia composto dalle stesse persone.
Dunque, tutti i vestiti già usati sono bruciati, perché fotografati. Inutile sperare che siano passati inosservati: è noto che i colori matrimoniali lasciano sempre il segno nel buon gusto e nella sensibilità di ognuno: quel lilla, quel verde acqua, quel rosso inquietudine - parliamoci chiaro – non esistono in natura (dove “natura” sta per lavoro- famiglia- amici- aperitivo- teatro- passeggiata domenicale- concerto- chiacchiere sul divano- sagra della polenta. Ergo: non li metterete MAI PIU’. Tantomeno, è evidente, potrete farlo al matrimonio successivo).
La restante parte del mio armadio è composta da vestiti che possono essere indossati soltanto dopo una diligente “dieta della dott.ssa Garofalo” (un autoregime alimentare disconosciuto da qualunque associazione di nutrizionisti: niente condito con il niente. Un caffè di tanto in tanto per non svenire e un bicchiere d’acqua gassata qui e là per dare il giusto brio alla vostra giornata da dismorfofobiche).
Però io sto andando ad un matrimonio, dannazione: non ho alcuna intenzione di rinunciare a quelle scaglie di parmigiano e a quei tondi di mozzarella di bufala che di nascosto arrotolerò nel patanegra mentre faccio la fila per conquistare il mio cartoccio di fritti. Giammai.
Come al solito, finirò con un abito comprato al volo e troppo a ridosso della cerimonia per essere debitamente modificato.
All’ultimo matrimonio a cui ho partecipato indossavo un vestito decisamente troppo corto per la Romana Chiesa (mentre lo schiacciavo in fretta e furia per farlo entrare nel bauletto dopo l'acquisto, devo ammetterlo, non ho posto la giusta attenzione alla questione). Così, per evitare di sembrare una sfigata aspirante cheerleader adolescente alla Glee, su quei banchi della navata laterale, ho dovuto tenere sulle gambe le borse di tutti. Che tristezza.

Comunque, ovviamente, tra mille indecisioni, il tempo passa inesorabile. Fino alla mattina incriminata.

Faccio una doccia che non riesce ad essere rapida come vorrei (ma, voglio dire, una volta che sotto l’acqua scrosciante cominci a cantare Stairway to heaven, non puoi interromperti a metà. Il fatto che i Led Zeppelin abbiano composto canzoni da 11 minuti non è una tua responsabilità) e comincio ad essere in ritardo anche secondo l’orario di Greenwich.
Si rompono ben due paia di calze, consecutivamente. Tanto per ricordarmi che non ho la manualità leggera di Grace Kelly. Lo smalto grida ai quattro venti la sua sciatteria (avere il tempo per una corretta asciugatura è fondamentale): anche stavolta, quindi, sul fronte mani sarò una degna emula di Cristiane F dei Ragazzi dello Zoo di Berlino.
I capelli, fonati in fretta e furia, reagiscono poco e male alla piastra. Ed è subito effetto Maga Magò.
Mi sono svegliata con due ore di anticipo e guarda tu se riesco ad arrivare tardi anche stavolta (però, scusate, per una volta che passano una puntata di American Dad che non ho visto, avrò il diritto di vederla tutta? Sono occasioni rare come l’avvistamento della cometa di Halley).
Per ottimizzare il mio cafonissimo ritardo, chiamo a raccolta tutte le mie virtù di saggezza e di temperanza (NOTA: quelle che io chiamo “le mie virtù” sono in realtà le ragazze del mio immaginario circle of friends. Un circolo che va arricchendosi negli anni di donne sempre simpatiche e affascinanti, che con la loro personalità mi consigliano sui più difformi aspetti della vita.
Di tale schizofrenico consesso fanno parte, al momento: 1) Sofia Coppola, per la sua intelligenza raffinata; 2) la cantante Elisa, che con la sua timidezza poetica mi ricorda quando è il caso di tacere; 3) Tyra Banks, per i consigli sulle pose finto spontanee da tenere durante la cerimonia, nel caso in cui gli sposi avessero assoldato un pericolosissimo “autore di reportage” -che con la scusa di non essere invadente, avrà la capacità di fotografarvi sempre nel vostro lato peggiore o nell’atto del rivestimento suino dei vostri bocconcini di bufala-; 4) Clio di Clio Make Up, che giustifica i miei trucchi sparsi in borsa e la mia ansia da ritocco in qualunque bagno disponibile; 5) Lady Gaga, per prendere la vita con la giusta grinta autoreferenziale; 6) Virginia Raffaele, per buttarla sul ridere, comunque vada; 7) Alda Merini, per ricordarmi che devo essere sempre fiera di me stessa, anche se gli altri sembrano non esserlo).

Se la cerimonia è all’interno del GRA, prendo il motorino (mi metto sempre nella condizione di non fare in tempo con la macchina), riproponendo le classiche fattezze dell’animale mitologico metropolitano “metà invitata ad un matrimonio –fino alle ginocchia - /metà ragazzetta Adidas della consegna della pizza (le scarpe con 12 centimetri di tacco sono nel bauletto. Cercherò di cambiarle lontano da occhi indiscreti, anche se vi anticipo che la cosa non mi riesce MAI. Mi sgamano sempre tutti e io sono costretta ad utilizzare un fasullissimo parallelo con le abitanti di New York, che vanno in giro con le scarpe di ricambio –cioè, io ne ho viste un paio una volta sulla metropolitana di quella città, non so se la questione costituisca una regola. Ma tanto, quando sarò derisa e contraddetta, sarà perché i miei interlocutori di oggi si troveranno ormai a New York. E non credo con me-)”.

Finalmente arrivo (benedetto sia Google Maps sull’I-phone). Giusto un attimo prima dell’entrata della sposa.
La mia amica compare vestita di bianco. Fichissima. Mi sorride, e raccoglie in uno sguardo tutta la nostra amicizia. Lei è radiosa. Lui, un signore. La cerimonia, emozionante. Chiudo a chiave nello scantinato Lorella Zanardo (ci sarà tempo per slegarla) e mi godo il mio momento di commozione neanche fossi una vecchia zia. E poi è sempre poetico piangere per le cose belle (e raro: l’ultima volta mi è capitato a 14 anni, quando i ragazzi de L’attimo fuggente, in un momento di esaltazione della loro dignità, saltano sui banchi e gridano “O capitano, mio capitano”. Figuratevi voi).

Dunque, fin qui, tutto bene.
E’ dal lancio del riso in poi che non potrete più sottrarvi alla sovrastruttura nuziale.
Ma questa è un’altra storia. Che non mancherò di raccontare.

Per il mese di ottobre, il nostro non sposato Branko (lo ammetto, ho perso tempo su Google a controllare lo stato civile di uno che ha fatto i soldi con l’oroscopo) parla di una serie di grandi successi relazionali per gli amici della bilancia.
Se mai troverò nelle prossime settimane un uomo disposto a chiedermi la mano, spero almeno di avere le unghie a posto.

domenica 23 settembre 2012

"E quindi sei ancora single? Ma quanti anni hai?"
S.: "25"
"Ah, vabbè, ma non ci pensare proprio a legarti! Goditi la tua libertà!"

"E quindi sei ancora single? Ma quanti anni hai?"
S.: "30"
"Ah, vabbè, ma sei comunque giovane, c'hai ancora tempo per fare tutto".

"E quindi sei ancora single? Ma quanti anni hai?"
S.: "34"
"Ah".

domenica 9 settembre 2012

Primi (e spesso ultimi) appuntamenti. La debacle.



Per quanto possiate scendere in ritardo, prima o poi dovrete affrontare questo incontro.

Scendete le scale di casa e subito vi è chiaro quanto la pretesa femminile di dare la responsabilità di un corpo umano ad un rocchetto affusolato vada contro qualsiasi legge della fisica.
Cioè: avete esagerato, dannazione, quei tacchi non vi appartengono. Non vi resta che confidare nella “serata ristorante”. E’ noto infatti che nell’armadio di ogni donna vi sono scarpe dalle diverse gradazioni d’ardimento. Si va dalla giovanilistica scarpa motorino, alla più alta –ma pur sempre comoda- scarpa sanpietrino, di cui butterete comunque il tacco la sera stessa, alla scarpa alta e slanciata, però ci devo guidare e poi se parcheggio lontano comincio a odiare tutti.
La tipologia più sfrontata, ma certamente anche la più bella, è la scarpa ristorante.
Non sapete neanche voi che cacchio vi è passato per la testa quel pomeriggio, quando l’avete comprata. Avete speso un milione di dollari per una calzatura diffidata da qualsiasi associazione medici ortopedici. Che non metterete praticamente mai (ma sono meravigliose, di una bellezza a cui si perdona qualunque cosa. E tanto basta).
Perseverando nella vostra follia, ad oggi, quelle scarpe con tacco e plateau assurdi continuano ad essere le vostre preferite, ma potete metterle solo a costo di NON camminare. Avete letto bene: sono scarpe soprammobile (spesso pesanti e dure proprio come un comò del settecento), non scarpe per camminare. Condicio sine qua non è quella di passare da una seduta (quella della macchina, rigorosamente al posto del passeggero) all’altra (quella del ristorante). Quei 14 centimetri carichi di plusvalore  hanno infatti un chilometraggio limitatissimo. Vi serviranno soltanto per fare un figurone dal parcheggio al tavolo. E i vostri accompagnatori penseranno anche che siete fichissime perché riuscite a camminare su quei trampoli (l’autonomia di sfilata ammonta a circa 20 passi, ma questo loro non dovranno saperlo mai). E, in fondo, questo era il vostro obiettivo.
Si arriva al ristorante, scelto da lui. Una giusta via di mezzo tra Roma nord e Roma sud. Bene, giocate semi-in casa.
Il menu è un trionfo di succulente bontà. Voi prendete in considerazione solo piatti leggeri, come si conviene ad una gentildonna, schernendovi con (fintissimo) imbarazzo: “No, guarda, la fiorentina proprio non ce la farei a finirla, sarebbe un peccato (il ristoratore di Ariccia che vi ha visto mangiare pane e porchetta come un camionista qualche sera prima, sarebbe pronto a smentire prontamente questo atteggiamento vittoriano).
Dunque, per esclusione: il pesce, no. E se me lo portano da spinare? Mi toccherebbe ingoiare spine e pallocchi di pane con finta nonchalanche per tutta la sera. E poi non so distinguere le posate giuste e non ho mai capito a cosa serva quel coltello tipo a paletta appuntita.
La pasta, nemmeno. Odio non poter fare la scarpetta, per non parlare del fatto che il mio vestito chiaro avrebbe i minuti contati grazie ad un pericolosissimo sugo.
Alla fine, ordinate un piatto di carne bianca. Lui avrà tutta la vita per scoprire che sareste in grado di mangiare un intero bue. Un giorno lo verrà a sapere, certo, ma quel giorno non sarà oggi.
L’atmosfera è bella, ma la conversazione vi catapulta in un fantamondo che non vi appartiene: il discorso verte su casa a Sperlonga e cene all’Argentario. Di giovanili e fantastiche scorribande a Capocotta, su cui voi avreste certamente da dire la vostra, non vi sarà traccia.
Avevate capito sin dal vostro primo incontro che qualcosa vi divideva socialmente, quando avete notato che le maniche corte della sua maglietta non avevano –a differenza della vostra- quelle sciatte pieghette sui bordi: lui ha la donna di servizio; voi avete imparato a memoria tutte le puntate del Dr. House tra una camicia e l’altra (ma quando la tua situazione debitoria è più esilarante di quella della Grecia, devi pur stabilire delle priorità).
E’ subito ansia da prestazione. Forse è il caso di fare coming out e rivelare che non siete MAI state a Ponza, che il vostro I-phone è in comodato d’uso con la Tre e che non è vero che NON avete un Mac solo perché “subite il fascino del Pc” (vabbè).
Prima o poi verrà a saperlo, tanto vale essere se stesse. Tanto, se preferite i centri sociali agli aperitivi di Ponte Milvio (e viceversa), verrete scoperte presto. Ed è lì che vi fregate.
Più che il passato di una principessa, i vostri racconti d’infanzia ricordano quelli di Huckleberry Finn. Pacche sulle spalle e piedi scalzi, mele e merendine sgranocchiate su un muretto, rassegne estive di film scroccati da un’impalcatura nascosta (cosa che faccio tuttora: per chi fosse interessato, consiglio lo strategico appostamento su Ponte Fabricio durante l’estate cinematografica dell’Isola Tiberina. Nelle serate in cui l’audio è sufficientemente alto, Ozpetek sarà vostro a costo zero).
Insomma, per le cose su cui voi andate forte, lui ha già i suoi amici. In voi sta cercando una donna accogliente e discreta, non un Tom Sawyer con la maglietta dei CCCP e abbonato a Vanity Fair (sono sempre stata una donna dei due mondi)

Comunque, il peggio accade quanto tentate di essere affascinanti a buon mercato. Io, personalmente, ho una cultura conversativa da settimana enigmistica. So per certo dell’esistenza di grandi civiltà tra il Tigri e l’Eufrate e con quante O si scriva Waterloo, ma mi sfugge completamente cosa vi sia accaduto.
Poichè voi puntate sull’impressione di una cultura solida, il vostro interlocutore darà per scontati argomenti su cui, in realtà, brancolate totalmente nel buio. Per sopperire alle vostre mancanze e non farvi cogliere in fallo, è sempre prezioso l’aiuto del nostro Steve Jobs, che ha passato la sua vita ad essere hungry e foolish per aiutarci a non perderci in strada, per chiamare gratis e per evitarci eccessive figure di merda a tavola.
Approfittando di un momento di sua assenza, aprirete Safari per scoprire di chi diavolo lui stia parlando da dieci minuti a questa parte. 

Attenzione! Per esperienza personale, vi ricordo che, all'apertura successiva, Safari visualizzerà di default l’ultima pagina consultata (cioè Wikipedia, con il nome di quel regista coreano su cui voi avete annuito abbondantemente). 
A me, naturalmente, è successo. La signorilità del mio accompagnatore lo ha reso gentilmente cieco e muto, ma io in quel momento di panico non ho avuto altre idee che simulare un attacco isterico di tosse, tanto per cambiare l’argomento di attualità in quell’attimo.
La mia eredità morale è dunque questa: mentite soltanto entro i confini della realtà, altrimenti vi toccherà fingere un malore affinché lui ricordi la serata come “quella volta in cui non ti sei sentita bene”, invece del ben più terribile “quella volta che hai fatto la figura della sfigata”.

martedì 26 giugno 2012

Primi (e spesso ultimi) appuntamenti


Nonostante il mio parco amicizie sia piuttosto ampio, nonostante abbia rivestito con fierezza -e per diversi anni- la carica di rappresentante di classe, nonostante lavori a contatto con svariate persone al giorno, ancora non sono in grado di gestire con la dovuta sicurezza un primo appuntamento. Sì, avete capito bene: tutte le sere passate a dispensare consigli sul girl power, sull’autostima, sulla fondamentale necessità di imparare a memoria gli ammonimenti di Coco Chanel, sul lui deve soltanto ringraziare gli dei se ha avuto l’occasione di conoscerti, diventano immediatamente serate di parole in libertà alla Filippo Tommaso Marinetti. Mi fossi messa a dire zang tumb tumb, sarei stata intellettualmente più onesta. 
Quando si tratta di vivere l’esperienza diretta della prima uscita con il mio agognato cavaliere, infatti, sono la versione fluo di Mr. Bean (fluo, perché le mie miserie fantozziane non sfuggono proprio a nessuno degli astanti, neanche fossi l’insegna di un ristorante cinese. E che cavolo, mai che uno fosse girato dall’altra parte quando mi rimane il tacco incastrato nel sanpietrino e perdo miseramente la scarpa).

Questi gli ingredienti di una imbarazzante ricetta. Di solito, la mia.

Lui ti invita.
Tu fai finta che un giorno vale l’altro, figurati: due gocce di Chanel n.5 e via con i tuoi jeans preferiti. Te lo può dire anche all’ultimo, dipende solo dai tuoi impegni. Ti piacciono le cose semplici, è bello che lui ti conosca da subito per quella che sei, senza artifici; non hai mai condiviso chi si spaccia per una persona diversa da se stessa. E poi, quello che conta è avere un buon carattere: la bellezza è passeggera! L’hai imparato da Battiato, una sera, mentre ti lavavi i denti con concentrazione (solo dopo scoprirai che il suo era un riferimento colto alla filosofia di Eraclito e al panta rei, non al fatto che l’importante è la simpatia. Comunque, vabbè).
Quello che accadrà realmente è che tu farai finta (appunto) di avere impegni per almeno dieci giorni (sai com’è, solo questa settimana ho quattro aperitivi, non so a chi dare i resti), durante i quali, in realtà, stabilirai per te stessa una tabella di marcia di bellezza talmente severa che il generale di Full metal jacket sembrerà tata Francesca del trittico di SOS TATA (tata Francesca è la superbuonetta bionda; le restanti componenti sono: tata Lucia –la master of puppets- e tata Hitler):
digiuno assoluto-ceretta-lampada UV-manicure-pedicure-acquisto vestito nuovo per l’occasione (non avete mai avuto dei jeans preferiti, vi stanno proprio male. E poi i jeans sono un’invenzione calda d’inverno e fredda d’estate, con tasche inutili in cui non dovrete mai mettere una chiave inglese da operaio di Manhattan degli anni ‘20. In compenso, dell’operaio newyorkese, sembreranno le vostre gambe)-acquisto tacco 12 per l’occasione-maschera capelli una volta al giorno-cura certosina delle sopracciglia-scrub fino alla consunzione.
E’ vero, lui offrirà la cena. Ma a voi, conti alla mano, quella cena sarà costata come un soggiorno a Capri.

Tutto questo, naturalmente, rimarrà nel segreto delle vostre stanze e quella sera, a cena, quando – se tutto va bene – vi diranno che state benissimo, voi risponderete: e pensare che ho messo la prima cosa che ho trovato in armadio. Neanche mi ricordo quando l’ho comprato!
 
Per quanto mi riguarda, un sentore di goffa disfatta pervade l’atmosfera del mio ego già durante la mia vestizione casalinga, quando cospargo il letto di tutti gli indumenti e di tutte le scarpe che possiedo (già non sono più sicura degli acquisti del giorno prima), nonché di qualunque altra cosa sembri meritevole di essere indossata.
Di solito la fase “cosa mi metto” richiede una visione chiara delle proprie risorse, che io ho il vizio di giustapporre un po’ troppo alla rinfusa. Un big bang dell’abbigliamento da cui, a differenza del processo cosmico, non sortirà alcun mondo razionale. Salvo poi pentirmene, quando, tornando a casa distrutta, alle 4 del mattino, con i piedi che implorano pietà e la testa che mi ricorda che non ho più 18 anni (io negli anni ’90 non ci nascevo; negli anni '90 piangevo Kurt Cobain e speravo che non uscisse greco allo scritto), mi ritrovo costretta a riordinare il tutto, se non voglio dormire in una coltre di paillettes che mi si stamperanno sul viso nottetempo e di tacchi che si conficcheranno opportunamente nelle mie non abbronzate gambe.

La vostra gonna preferita ha l’orlo sfatto e non avete tempo di sistemarlo adesso. Fuori uno. Il vestito rosso portafortuna (ognuno di noi ha un vestito portafortuna per gli appuntamenti) è di quelli severissimi: talmente fit che non vi perdona se solo siete più grasse di un chilo rispetto allo scorso anno. Anzi, a dire il vero non vi perdona neanche se vi bevete un bicchiere di acqua gassata. Fuori due. Aiuto. Vada per il nuovo acquisto.

Ed è così, con un ultimo sguardo allo specchio in cui date prova delle vostre espressioni migliori (sono anni che mi esercito senza successo nell’alzare il sopracciglio, ma non mi è mai riuscito. Uno dei crucci più grandi della mia vita, insieme all’incapacità di fischiare con le dita come un pastore e a quella di non riuscire a dividere le dita in coppia di due per fare un saluto venusiano o imitare Robin Williams in Mork e Mindy), che passate al reparto accessori.


Lui citofona. Voi, siete ancora a carissimo amico.
Ovviamente, una volta scese in ritardo, vi giustificherete con un falsissimo: scusami tanto, ho ricevuto una telefonata proprio mentre ero sulla porta (che poi ormai al numero fisso vi chiama solo vostra madre e il servizio clienti Sky: è evidente che non vi crederà nessuno).


Appena salite in macchina, l'affascinante amico al volante sembra apprezzare le vostre scelte stilistiche, completamente inconsapevole del fatto che sul letto giaccia un Guernica di panni sfusi e che sotto il vostro vestito trionfi la peggiore svendita della Upim (ecco dunque svelato il mistero per cui, sodali accompagnatori, non vi facciamo mai salire a casa al primo appuntamento).

Partite per andare a cena. Oramai, non potete più sfuggire al confronto. 
Qui si parrà la vostra nobilitate.

Continua...

venerdì 22 giugno 2012

Eravamo quattro amiche al tiaso

Ok, faccio coming out: nutro un appassionato amore per tutte le donne e per le mie amiche in particolare. Purtroppo Dio, dopo avermi dato questo dono sororale, pentitosi di tanta magnanimità, mi ha punito con un'eterossualità indubbia. Chiedetelo pure ai miei amici, digitando le parole chiave: modello della pubblicità di Dolce&Gabbana tra i faraglioni - Luis Figo - Rafael Nadal.

Questo legame di genere mi porta a collezionare una serie di approcci sbagliati con gli uomini con cui esco, dei quali difendo a spada tratta -perdendo immediatamente tutto il mio carisma e il mio sintomatico mistero- ex mogli ed ex fidanzate, ogni qual volta che il mio gentile interlocutore si lancia nel pericoloso guado del complimento comparativo ("Come sei divertente! Altro che la mia ex!"): è a questo punto che, di solito, attacco con il mio comizio sulle difficoltà di una donna di conciliare i suoi tempi di vita con quelli di lavoro, che l'emancipazione è un processo ancora lungo e che per certi uomini gli anni Settanta sono passati totalmente inosservati.
E' evidente che non sarò mai più richiamata.

Ma soprattutto, un siffatto sentimento di sorellanza fa sì che nel momento in cui una delle mie amiche mi presenta il suo futuro marito, la mia reazione interiore oscilli con dimestichezza tra una dolce malinconia saffica e una furia erinnica simile a quella di Uma Thurman katanamunita in Kill Bill (entrambi i Voll.).
Alla notizia del matrimonio, quindi, una parte profonda di me sguaina la sacra arma di Hattori Hanzo (che nella vita generalmente riservo a certe difficili mattinate in posta o in banca o al momento della richiesta ferie in ufficio) ed inscena una cruentissima puntata di Grattachecca e Fichetto, in cui sono colta da follia distruttrice. Il mio spirito femminista oltranzista (che il grande ZeroCalcare rappresenterebbe per convenzione con le fattezze di Lorella Zanardo) vorrebbe porre alla mia amica delle sacrosante domande. Per esempio: "Mo' che è 'sta fissa di sposarsi a tutti i costi? Ma noi non siamo quelle che si sono sempre battute per una legislazione seria a tutela delle coppie di fatto? E, soprattutto, chi è questo? Chi lo conosce?".
Quello che gli astanti vedranno, naturalmente, al di fuori della realtà virtuale, sarà un sorriso composto e un "Ma dai! Che bello! E avete già deciso la data?".

Di Saffo (seconda protagonista del mio bifrontismo emotivo), invece, mi sovviene sempre quel frammento in cui racconta di come la sua più preziosa amica abbia trovato un compagno e stia per abbandonare per sempre l'isola di Lesbo. Lei ha un sorriso triste, perchè sa che, da quel momento in poi, un po' la perderà per sempre.
"Chi rimarrà a chiacchierare con me in pigiama fino alle tre di notte? Con chi inventerò un nickname tremendo per andare in chat a scovare i più improbabili utenti? Con chi parlerò di Calvino e di Italo Svevo mentre lo smalto si asciuga?" (Ok, questa non è Saffo, fatta eccezione forse per il pigiama party e lo smalto).
Non credo che lo sconforto di Saffo, nel congendarsi dalle sue nubende, dipendesse esclusivamente da questioni di orientamento sessuale. Secondo me la sua tristezza dipendeva soprattutto dalla  consapevolezza che la magia di Lesbo esiste solo a Lesbo. Che è un po' la metafora poetica di quel territorio di unione femminile in cui ci si capisce soltanto con un movimento di un sopracciglio, in cui presti il tuo vestito alla tua amica, ma poi decidi di regalarglielo perchè sta molto meglio a lei che a te, in cui ho visto una cosa che secondo me era proprio la tua e te l'ho comprata, in cui non ti muovere, arrivo in un attimo, in cui come sarebbe ti ha lasciato? Ma è pazzo? Si mangerà la mani per sempre, in cui si passa con estrema nonchalance da una questione vitale alla posta di Mina su Vanity fair.
Non credo che gli uomini abbiano mai compreso del tutto questa magia potente, preferendo parlare spesso di gelosie al femminile e di fidanzati rubati e di cattiveriette di bassa lega. Mi è sempre sembrata un'interpretazione superfciale, da dilettanti allo sbaraglio. Da esegeti da palcoscenico della Corrida di Corrado, per intenderci.

In tutti i modi, la data del matrimonio della mia amica é arrivata. E io l'ho affrontata, come al mio solito, con una serie imbarazzante di ritardi e di errori d'etichetta, che vi risparmio.
Anzi, sappiate che non ve li risparmierò.

Per questo fine settimana, il non-sposato Branko vaticina "ammirazione per le donne" (lo vedete che lo dicono anche le stelle?) e "uomini corteggiati" . Nessuna pronuncia sulla risposta di questi fantomatici uomini al mio corteggiamento, ma, visto che domani sarò al Gay Pride, non credo che mi lancerò in alcun tentativo.
















giovedì 10 maggio 2012

Intercettazioni telefoniche.


Il mondo del cromosoma Y non è del tutto consapevole dell’importanza del confronto femminile su qualsivoglia faccenda della vita. 
Non esistono scelte serie o facete, firma di un contratto di lavoro, relazioni leggere o matrimoni secolari che non siano passati al vaglio delle nostre amiche.
Non sono lontani i tempi in cui si allestivano lunghi CDA per cercare di decifrare insieme la qualità delle intenzioni dei nostri potenziali lovers: era fondamentale sapere tutto di loro, dalle scelte d’abbigliamento (c’è gente che è stata abbandonata –e giustamente- per l’abuso di pantaloni a sigaretta), alla selezione musicale (non pretendevamo certo l’Unplugged dei Nirvana -altrimenti vi avremmo sposati-, ma non bisognava neanche stupirsi se, dopo essere state costrette ad abbozzare un finto sorriso in una macchina satura di 883, facevamo disperdere le nostre tracce), agli atteggiamenti sintattici. 

Nei citati consigli d’amministrazione del cuore, non erano ammesse tradizioni di seconda mano o vaghi riassunti di contenuto: il circolo Pickwick della cameretta pretendeva di teletrasportarsi nel tempo e rivivere l’appuntamento/telefonata/incontro casuale sull’autobus come fosse accaduto IN SUA PRESENZA. La domanda più ricorrente diventava: “Sì, ma che PAROLE ESATTE ha usato?” (consapevoli che per la felicità della nostra amica il rigore filologico fosse doveroso).
Per inciso, le decisioni assunte a maggioranza del Consiglio andavano tassativamente rispettate dall'interessata (anche qualora essa non fosse consenziente: il fondamento di questo deficit democratico era che i pantani si potevano definire in tutta la loro melmosa gravità solo con il grandangolo dell'amicizia e non quando ci stavi dentro con tanto di calzini bianchi).

Ho usato il passato, ma solo perchè gli 883 si sono sciolti: non crediate che la cosa non mi riguardi più. Questo tipo di malata dinamica, infatti, accade tuttora.
Forse perché siamo convinti (io almeno ancora ci sbatto la testa) che le relazioni sentimentali siano una scienza esatta: nelle nostre menti malate, a determinata azione corrisponde sempre paritaria reazione, con una legenda specifica per qualsiasi comportamento. Quindi, se lui risponde al tuo sms dopo troppo tempo è -senza possibilità di appello- un anaffettivo che vuole mantenere le distanze, vittima della sindrome da fiato sul collo (per un messaggio? E che sarà mai, si tranquillizzasse), che è ancora prigioniero dei suoi traumi familiari oppure non ha ancora dimenticato la sua ex. Mentre magari, il poveretto, era semplicemente sotto la doccia o aveva il telefono in modalità silenziosa. 

Sappiate che il (crescente) numero di ore tra il nostro sms e quello della risposta del nostro accompagnatore è direttamente proporzionale alla quantità di improperi: se il nostro era un messaggio di buongiorno e voi esitate nel silenzio (magari per validissime ragioni), alle 10 siete ancora giustificati dal traffico e dall’affogante lavoro d’ufficio, alle 12 cominciamo a considerarvi leggermente scorretti, alle 15 siete piuttosto cafoni. Alle 18, abbiamo già chiamato almeno tre delle nostre più care amiche per parlare furiosamente di voi. No, dico: come vi permettete? Con noi avete chiuso, tanto più che non ci ricordiamo neanche il vostro nome di battesimo. E poi quel locale dove ci avete portate al primo appuntamento non era neanche un granchè. 
Alle 20, finita la giornata e con la giusta calma, ci rispondete.
Poche righe, ma delicate e d’attenzione verso di noi. 
Vi scusate, ma il cell era rimasto a casa.
Rileggiamo il messaggio con gli occhi mille e mille volte. 
Resettiamo tutto l’odio che avevamo provato per voi fino a un attimo fa.

Aggiungo che oggi, grazie a Jobs e Zuckerberg, nostri nemici-amici (sì, perché a volte sarebbe più sano non sapere se lui è on line su Fb o su Whatsapp, visto che non ci ha ancora risposto), abbiamo una nuova, preziosissima, possibilità: inviare direttamente alla nostra amica l’intera conversazione
E’ tutta una questione di correttezza filologica. Le parole sono importanti: chi parla male, pensa male (cit.). Quindi, quando i dubbi sull’amore si fanno complessi, i CDA devono concentrarsi direttamente sulle fonti primarie: Cosa ti ha scritto su Skype? Perché risulta on line su Whatsaspp -dunque hai la prova che abbia letto il tuo messaggio autoironico e colto- ma non ha ancora replicato alla tua eccellente battuta (autodomanda/1)? Quanti punti esclamativi ha usato? Faceva sul serio quando ha scritto: "Sono stato benissimo!"(autodomanda/2) ? Fammi capire: l’hai contattato prima tu o si è fatto risentire lui? Ha usato lo smile
Nei casi più degni di nota (sia in negativo che in positivo), il nostro amico I-phone ci libera dai rischi di un pericoloso gioco di fraintendimenti nei resoconti, fornendoci addirittura la possibilità di fotografare il display e inviare l’immagine della conversazione, per permettere alle nostre amiche di lavorare scientificamente sulle prove.


Ecco dunque svelato un piccolo segreto ai nostri amici uomini: tutto quello che dite (oltre a poter essere usato contro di voi) viene letto da ALMENO quattro amiche: due di esse -scelte per le loro competenze quasi benedettine- provvedono a glossare il vostro messaggio (facendo uscire fuori, come per effetto di inchiostro simpatico, quello che gli uomini non dicono); hanno sufficiente spirito di lucidità e frenano le nostre ire funeste da Erinni scomposte. Le altre due, invece, sono quelle che stanno sempre dalla nostra parte, anche quando ci frequentiamo con il Mahatma Gandhi (e ci danno piena ragione mentre ci lamentiamo che, per lui, quella stramaledetta marcia del sale sembra essere più importante di uno spritz con noi). Il nostro umore risulterà dal giusto bilanciamento tra le parti.

Per il mese di maggio, l'indovino Branko afferma che gli amici della bilancia potranno finalmente cominciare a parlare a cuore aperto. Se mai dovessero rispondermi male, posso sempre fotografare la conversazione.









mercoledì 11 aprile 2012

Pre-appuntamenti contemporanei: il social stalking.

Nella buia stagione della mia adolescenza, mi sono fidanzata con diversi ragazzi. Molto spesso a loro insaputa. Nel senso che io decidevo con romantica determinazione che sarebbero stati i miei compagni di vita, senza che necessariamente nessuno di costoro sapesse il mio nome o mi rivolgesse la parola (più tardi il destino cinico e baro mi ha insegnato quanto queste premure fossero la chiave di lettura per una vita decisamente più serena: è proprio quando ti scambi le prime generalità con il tuo futuro partner che cominciano a nascere quei problemi che, da sola, non avresti avuto).
Per perfezionare il mio innamoramento e procurarmi una minima speranza di reciprocità con il malcapitato, organizzavo una vera e propria ricerca sulla sua vita e sui suoi interessi: non essendo affatto la più bella della scuola, avevo capito che dovevo puntare tutto su una simpatia guascona e su un'artificiale affinità di coppia (costruita a tavolino nel segreto della mia cameretta). Ho cominciato presto a non essere più una Capuleti.

Oggi, invece... "Hai acquisito la giusta fiducia in te stessa e non ti avvali più di questi tristi espedienti", direte voi? Assolutamente no.
Oggi, invece -volevo scrivere- il geniale quanto antipatico Mark Zuckerberg (il quale evidentemente ha passato gran parte della sua giovane vita a pedinare le sue ragazze preferite. Mark, hai tutta la mia solidarietà) ci ha fornito un ottimo strumento per continuare a coltivare le nostre insicurezze, senza violare alcuna sociale regola di buon gusto e senza incorrere in spiacevoli inconvenienti. Che so, una denuncia penale o una serie di insulti.
Grazie a Facebook, infatti, possiamo arrivare preparatissime al nostro primo appuntamento (o, addirittura, possiamo decidere di non averlo mai, improvvisando una febbre malarica).
Lo stalking certosino sui social network (per le più circospette che abbiano la sventura di imbattersi in uno snob ripudiante Fb o Twitter, consiglio di creare un profilo fake su Linkedin e farsi un'idea almeno del suo lavoro e delle sue capacità di scrivere un curriculum) può estendersi anche alle attuali fidanzate dei nostri ex.
Ma questa è, evidentemente, solo un'ipotesi di scuola :-)

La prima occhiata va alle sue informazioni di presentazione: orientamento politico e cantanti preferiti (che possiedono lo stesso peso specifico. Anche i comici sono importanti: se ridi a crepapelle con Virginia Raffaele e sei spesso d'accordo con gli interventi domenicali della Littizzetto, sei già il mio migliore amico) danno un primo, interessante ritratto (almeno a me, che da buona signorina Rottermeier applico schemi anche al cuore).
Poi, è subito bacheca: sperando che non sia intasata di link pseudo gladiatorii ("Ho imparato dalla vita che quello che non uccide, fortifica) o -mai sia- sentimental stucchevoli ("L'amore è come una farfalla: se lo lasci andare, vola via". Li ho letti davvero, giuro), scorrerete tutti i vecchi post almeno fino al giugno 2011, in cui vi sincererete che lui abbia votato almeno due SI ai referendum. In questa malata ricerca, vi imbattete nella pubblicazione di alcune canzoni di De Andrè. Quelle giuste (ma quale canzone di De Andrè non è giusta?).
Se tutto torna, siete praticamente pazze di lui: non vi sfuggirà più NIENTE: nel giro di un'ora sapete che ha visitato la Thailandia, il Messico e la Val di Non; è stato una settimana a New York e un fine settimana a Valencia.
La scorsa domenica ha partecipato ad un mercato vintage a Monti (lo amate ogni minuto di più), sembra abbia un animo sensibile, ma ancora non avete capito se potrete mai confidargli che sapete a memoria tutte le puntate dei Simpson e  avete pianto a Toy Story III.

Se c'è una cosa che ho imparato durante queste investigazioni, è che a trentatrè anni ancora non riesco ad accettare che le persone possano apprezzarsi tra loro senza alcuna sovrastruttura.
Sarà perchè ho letto troppo (e male) Marx.

Senza parlare della fatica di disimparare -una volta con lui- tutte le informazioni acquisite, per non incorrere nell'incresciosa autodenuncia del vostro stalking (leggi: "Bello il tuo tatuaggio! L'hai fatto in Brasile quando sei partito nel 2008, giusto?" ...)


Per il mese di aprile, Branko vaticina per noi battitori liberi della bilancia un "periodo pieno di interessanti opportunità di nuovi incontri".
Ottimo, sono pronta. Purchè non sia un tipo intransigente e certosino come me, altrimenti sono spacciata.